sabato 11 dicembre 2010

GRANDE PRESIDENTE!

Andrea Agnelli: "La mia Juve
nel nostro Dna sempre la vittoria"

Parla il presidente: "Se dicessi che siamo già da scudetto, prenderei in giro la gente. Però spero di cambiare idea. Con l'Inter è un derby, io e Moratti abbiamo idee diverse. Vorrei costruire un club più europeo in un calcio più moderno, con moviola e tempo effettivo"

di DARIO CRESTO-DINA
"Avevo ventidue anni quando mio fratello morì. Giovanni, non Giovannino. Lui detestava essere chiamato così, come se fosse un Giovanni minore. Entrai nella camera di mio padre, mi guardò negli occhi e disse: questo significa maggiori responsabilità per te".

"Poco più tardi dalla nostra casa della Mandria andammo al golf. Un chilometro e mezzo a piedi senza dirci una parola". Per provare a capire Andrea Agnelli, primo presidente di famiglia della Juventus 45 anni dopo Umberto, bisogna forse partire da questo ricordo doloroso e da una domanda che è già un ritratto, per quanto in bozza.

Lei appare riservato, quasi diffidente, affilato nelle parole. È un modo per proteggersi?

"Non la smentisco, accetto la sua impressione. Sono nato e cresciuto a Torino, amo questa città per la sua riservatezza e il suo spirito di dedizione al lavoro. Ho avuto un certo tipo di educazione. La famiglia, l'ambiente, le esperienze trovano un posto loro nel carattere degli individui. Rimangono lì per sempre. Le battute le faccio quando vado a mangiare una pizza con gli amici. Anche se il senso dell'ironia dello zio resterà ineguagliabile in famiglia".

Proprio l'Avvocato disse: c'è chi compra una squadra di calcio per farsi perdonare qualcosa. Essere diventato presidente della Juventus è per lei riscatto, memoria, tradizione, rivincita del ramo cadetto degli Agnelli?
"Per me la Juventus è amore
e passione. Sono il primo tifoso di una squadra di cui la mia famiglia è a capo da 85 anni, e il manager che sa di occuparsi di una società quotata in Borsa, con tutte le responsabilità che ne derivano. Il resto sono allusioni spiacevoli. Prima di me c'è stata una storia e la storia non si riscrive. Che cosa vuol dire cadetto? Quante volte ho sentito e letto questa definizione senza riscontrarvi un reale significato. Mio padre e mio zio erano molto legati. Per mio padre l'Avvocato era una figura paterna, hanno condiviso le loro vite pur se differenti per età e scelte. I giudizi esterni non mi interessano".

Qual è il suo primo ricordo della Juve?
"Guardi questa foto. Vede? Ho i pantaloni corti, sono a Villar Perosa con papà. È l'estate dell'82, ho 7 anni e l'Italia ha appena vinto i Mondiali. Andiamo su e mio padre mi chiede accanto a chi mi voglio sedere. Paolo Rossi, gli dico. È cominciato così".

Mi reciti la sua formazione ideale.
"Vorrei che fosse la Juve di domani. Non è più tempo di un undici titolare. Le dico allora i nomi che sfilano in questo momento davanti ai miei occhi: Zidane, Nedved, Montero, Peruzzi, Platini, Gentile, Scirea. Qui mi fermo, altrimenti mi toccherebbe andare avanti per troppi minuti".

Umberto diventò presidente nel 1955, poco più che ventenne. Prese Charles per 105 milioni e Sivori per 180. Vinse lo scudetto nel '58. Quanto tempo si concede per la sua prima vittoria?
"Noi abbiamo preso Bonucci, Krasic, Aquilani. Sono un foglio bianco, tra qualche anno vedremo che cosa saranno stati capaci di scriverci sopra. Sul tempo non le posso rispondere. La vittoria è nel Dna della Juventus, la storia ci obbliga a vincere e la statistica dice che ci aggiudichiamo uno scudetto ogni quattro anni. Se affermassi che lo vinceremo in questa stagione, prenderei in giro la gente. Non dimentico che, rispetto all'Inter, siamo partiti da meno 27, cioè i punti di distacco dello scorso campionato. Ai giocatori ho detto: date tutto e, quando non ne avete più, date ancora un po'. Vogliamo essere competitivi partita dopo partita. Anche domani con la Lazio, gara molto più importante di quanto possa sembrare per misurare la nostra maturazione. Delneri è stata la migliore scelta possibile e la squadra mi sembra completa. A marzo sapremo la verità. Forse allora cambierò idea e le risponderò".

Milan favorito?
"Dico ancora Inter, poi Milan. Le più attrezzate. Seguono Juve, Roma, Lazio, Napoli e Palermo".

Chi arriverà a gennaio?

"Deciderà Marotta. Io lo ascolterò e valuteremo assieme".

Le faccio un nome: Antonio Cassano.
"Non deve sottoporlo alla mia curiosità o al mio piacere, ma a quel signore che ho appena menzionato. Guardi, io voglio fare soltanto il presidente. Non voglio fare né il direttore sportivo, né il padre né il fratello dei giocatori. Una cosa è certa: i giocatori sono da Juventus soltanto se alle qualità tecniche abbinano pure virtù di carattere, personalità, educazione".

Altri due casi aperti. Il primo è quello di Gigi Buffon. Il portiere resterà juventino?
"Lo stiamo aspettando, credo sarà pronto per tornare in campo tra circa un mese. Facciamolo rientrare, poi si vedrà. Siamo fortunati. Abbiamo il miglior portiere al mondo e un suo compagno, Storari, che sta facendo un grande campionato".

Secondo caso: Alessandro Del Piero. Quasi trentasette anni e contratto in scadenza a giugno. Lui ha più volte ribadito di voler rimanere. Lo accontenterete?
"Ci parleremo più avanti. Verso marzo, aprile. Quattro mesi per un giocatore di quell'età sono un tempo importante. Alessandro è il capitano ed è un campione simbolo per la Juventus. Ho nei suoi confronti ammirazione, stima e rispetto. La società farà di tutto per andargli incontro, ma saremo in due a prendere la decisione. Ascolteremo le sue esigenze, come lui dovrà ascoltare le nostre".

Il futuro è dei giovani?
"Inevitabile. Sorensen e Camilleri sono del '92. Punteremo sempre più sui nostri ragazzi. Io amo il calcio, tutto il calcio, soprattutto quello giocato dai bambini sui campi di periferia".

Il calcio è però pieno di violenza, razzismo. Ai bambini che giocano in periferia gli stadi dei grandi sono da sconsigliare. Esiste una ricetta per mettersi alle spalle tutto questo?

"Vedo due strade. La terapia d'urto dettata dall'alto. Ministero, Lega, società, allenatori, calciatori. Porte chiuse, i violenti sbattuti fuori, fermezza assoluta. Oppure lasciare uno spiraglio. Educare, riportare tutti ai principi della lealtà sportiva. Propendo per questa seconda via, mi sembra quella più semplice e rispettosa dei tifosi veri, che sono milioni e che costituiscono la forza e il patrimonio di una squadra".

La tecnologia affiancata agli arbitri. Dibattito infinito. Che ne pensa?
"Sono favorevole alla moviola in campo e al tempo effettivo delle partite. Come nel basket".

Che cosa rappresenta per la Juventus il nuovo stadio?
"Una Juventus più europea, il vantaggio di maggiori ricavi da reinvestire nella società e la possibilità per il pubblico di trovare una "casa" nella quale trascorrere un tempo che va ben al di là della partita. Un architrave sul quale appoggiare il nostro futuro, l'avvenire di un'azienda che garantisce un posto di lavoro ad oltre 250 persone".

Parliamo di Calciopoli. Avete presentato un esposto per la revoca dello scudetto assegnato a tavolino all'Inter. È l'inizio di una lunga battaglia?

"Nessuna guerra. Attendiamo gli esiti del processo di Napoli. Qualora venisse accertata la correttezza della Juventus valuteremo che cosa fare. Solo allora esprimerò un giudizio. Posso soltanto ribadire che su questo tema in società c'è una linea unitaria. Nella maniera più assoluta".

Il duello con Massimo Moratti c'è. Almeno questo non lo potrà negare.
"Se non fosse così non sarebbe il derby d'Italia. La competizione tra Juventus e Inter esiste da sempre. Su alcuni argomenti Moratti e io abbiamo opinioni divergenti".

Presidente, vede ancora Luciano Moggi?
"Quasi mai. A Torino abitiamo nello stesso palazzo. Capita di incontrarci nei garage. Qualche giorno fa mi ha fatto gli auguri di compleanno".

E Antonio Giraudo?

"Vede, io sono una persona leale. Mi è stato insegnato a conservare gli affetti autentici. Giraudo era molto amico di mio padre, mi conosce da quando ero bimbo. Lo vedo, lo sento. Escludo nella maniera più assoluta che possa tornare alla Juventus".

Sul ripiano della libreria c'è in cornice un biglietto che porta la data del 19 maggio 2010, il giorno in cui è stato nominato presidente della Juventus. C'è scritto: "In bocca al lupo, Andrea. E forza Juve. John Elkann". Come sono i rapporti tra di voi?

"In questo momento ottimi. Sulle strategie il confronto è quasi quotidiano".

In passato non è stato sempre così.
"È vero, ci sono state cose che non abbiamo condiviso. Nel 2004 ci siamo ritrovati in un momento drammatico e venivamo da due educazioni differenti. Eravamo semplicemente due ragazzi di fronte a responsabilità che ci sembravano più grandi di noi".

Siete ancora ragazzi. Quanto pesa il nome Agnelli?
"Significa avere un impegno da onorare per la vita. Credo che la Fiat e la Juventus siano e debbano restare punti di riferimento per Torino. Mi pesava molto di più essere un Agnelli da ragazzino, mi accorgevo di essere guardato in modo diverso e non lo capivo".

Quanto vuole rimanere alla guida della Juventus?
"Non mi sono dato una scadenza, ma qualsiasi impresa, se solida, sopravvive alle persone che la comandano".

È mai sfiorato dall'ansia da prestazione? Si domanda, a volte: e se fallissi?
"No, perché so che avrei la coscienza a posto".

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